giovedì 8 gennaio 2015

Brent tra risparmi e deflazione

#Pensatodavoi

Lo spazio settimanale, a misura di lettore, per le vostre riflessioni



Brent tra risparmi e deflazione


Il prezzo del petrolio continua a scendere e non si intravede ancora la soglia minima da cui ci si può aspettare un rimbalzo. I dati sono in continua evoluzione ma si è già scesi sotto i 50 dollari al barile, più precisamente mentre scrivo il WIT a 49,2 e il Brent a 51,7, i valori più bassi dal periodo 2008-2009 post crollo di Lehmann Brothers, in cui il barile raggiunse il valore di 32 dollari.Le cause sembrano essere tante ma partiamo innanzi tutto dalla esponenziale e generalizzata crescita della produzione mondiale. Negli Stati Uniti è stata intrapresa negli ultimi anni una vera corsa all’indipendenza energetica basata sullo sviluppo di nuovi giacimenti di shale, che ha consentito il raggiungimento di una produzione tale che probabilmente porterà gli USA ad essere il primo produttore mondiale di petrolio già nel 2015. Anche nei paesi OPEC ed in Russia si è registrato un aumento di produzione del greggio, che insieme al contestuale rifiuto dell’OPEC stesso di limitare temporaneamente la produzione per sostenerne il prezzo, ha contribuito a questa formidabile espansione dell’offerta.
È altresì importante in questo contesto notare come le instabilità regionali in Libia e in Iraq (secondo produttore OPEC), a differenza di precedenti esperienze simili, non stiano in nessun modo frenando la caduta del prezzo del petrolio di questi ultimi mesi.
Altre importanti concause possono essere rintracciate senza dubbio nel crollo della domanda mondiale durante questi ultimi anni di crisi e nella rivalutazione del dollaro di questi ultimi mesi che retroagisce anche essa negativamente sulla domanda di tutte le commodities (tra cui naturalmente il petrolio).
Ora i quotidiani nazionali si sono naturalmente affrettati a esporre i benefici che questo crollo del prezzo del petrolio può portare nelle tasche delle famiglie e ai nostri conti pubblici. Dal calo del costo dell’energia, del prezzo delle bollette di luce e gas, alla benzina che presto può scendere sotto 1,4 € al litro. Tutto ciò, insieme alla congiunturale svalutazione dell’euro sul dollaro, garantirebbe in Italia una piccola boccata d’aria specialmente per  le imprese votate all’export.
Ma proviamo ad allargare un po’ lo sguardo, senza per questo perderci in ardite quanto inutili e improbabili analisi di scenario. In queste settimane le Borse europee stanno fibrillando, per semplificare si individuano solitamente due cause principali le elezioni anticipate in Grecia e appunto il crollo del prezzo del petrolio. La questione greca può essere analizzata in altre occasioni ed onestamente credo sia molto strumentalizzata in questo momento. Ritornando al petrolio si possono ipotizzare 3 principali motivi di allarme soprattutto in ambito europeo:
1.     Perdurare della crisi Ucraina2.     Rischio deflazione3.     Entità e tempi del rimbalzo
Il crollo dei prezzi del petrolio sta mettendo in seria difficoltà l’economia Russa (così come quella del Venezuela), il valore del rublo si è quasi dimezzato in un anno, e c’è chi vede in questo un possibile riacutizzarsi della crisi con Stati Uniti ed UE per ora scongiurata con malcelata disinvoltura da un Cremlino che cerca di voltarsi ad oriente. Il fronte ucraino è ancora una ferita aperta alla frontiera est dell’Europa.
Gli ultimi dati della Commissione e dell’Eurotower mostrano un inflazione asfittica nell’eurozona intorno allo 0,2% ben lontana dai pur minimi obbiettivi della BCE del 2%, e la continua discesa del valore del greggio potrebbe rendere sostanzialmente inutile il “quantitative easing” (acquisti di titoli nel mercato interbancario per favorire l’immissione di liquidità) per cui Draghi sta strenuamente lottando in seno al board della BC.
Infine l’incognita sulla durata di questa caduta del greggio. Più il prezzo del barile continuerà la sua crescita negativa (economicismo), più, a causa di un effetto spiazzamento che potrebbe penalizzare nel breve gli investimenti, e nel medio-lungo periodo l’offerta, aumenterà il rischio di una repentina crescita delle quotazioni dello stesso.
Tutti scenari che appaiono difficilmente gestibili da un Moloch europeo, immobilizzato da interessi divergenti, crescenti problemi interni e scarsa agilità politica internazionale.



Luca Scaglione 

1 commento:

  1. http://russeurope.hypotheses.org/3220 Per qualcosa di più analitico consiglio la lettura di questo articolo. C'è anche la versione originale in Francese.

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